Condensa il pamphlet gli eccessi verbali di un livore malcelato dietro il velo di un pensiero critico radicale più ingenuo e “amorale” dell’oggetto stesso della sua critica: quell’America tanto demonizzata da solleticare, per puro spirito di solidarietà, la simpatia della gente in virtù delle sue contraddizioni. Fantasmagoria di spazi e tempo eternamente assente, la Terra dell’Abbondanza, in cui Hollywood riproduce il Mito Greco per mezzo di una serialità violenta e intransigente; Washington tende a un assoluto imperiale dove Teschio e Ossa riposano nell’occhio reincarnato del Sacro Romano Impero e New York con la verticalità della sua Terra Promessa osa verso il cielo e raggruppa isolando la complicità di una gerarchia iperclassista e gemellare nella sua connaturata volizione di sangue. Perfetta e artificiosa imitazione di una “bugia” è Las Vegas, smisurato paese dei balocchidove il gioco prediletto degli ospiti è contar frottole; ed una disperata moltitudine di asini urla contro i tavoli da gioco.
Baudrillard è accanito nella demolizione degli USA, compito sin troppo facile, ostinato nelle sue quote di ragione, ma gli sfugge o forse non può apprezzare il carattere mitologico di radiosa adolescenza che l’America vive, in bilico sulla corda tesa del proprio magniloquente circo ambulante fra gesto e identità. Merito e bellezza dell’opera si annidano nel mezzo: l’utopiarealizzata, cuore pulsante del made in usa, paragrafo brillante, meno viscerale, maggiormente libero da una visione eurocentrica di storia, cultura e politica, pur strizzando l’occhio a Tocqueville, non di certo un demerito, procede per curiosità e interesse. Accelera senza annientare, accoglie là dove tutto il resto del libro non transige né traduce, rispettando la radice puritana dei barbari fondatori. Non appena la Storia con le sue sovrastrutture farà ingresso nella fiaba statunitense, l’intero Paese imploderà divorato dalle sue stesse paure.
USA è originaria belligeranza texana, volontà di annientamento dei nativi, esportazione di democrazia attraverso lo spettacolo poliziesco di una reale guerra preventiva. Gli USA sono tutto e il contrario di tutto, sfida e competizione decentrati, ma sempre convergenti verso la dimensione quantitativa, emarginazione in cui l’universale si qualifica in potere d’acquisto ed ogni minoranza è semplicemente una controriforma superflua e aggressiva, marginale e astorica, instabile quindi perseguibile: american dream, secondo emendamento, pena di morte, CIA, FBI, NASA, capitalismo selvaggio, sette religiose, massoneria, apostolato laico del Dollaro, Far West, SPA, jazz, alcol, blues, obesità, mafia… rimpatriata in Sicilia… e tanta tantissima violenza di fondo.
A conti fatti l’autore non riesce a persuadere, intrappolato dentro la stessa retorica che vorrebbe prosciugare alla fonte, così tristemente inadatto al gioco non sa che intuire, fra il dualismo manicheo-calvinista del Bene contrapposto al Male, la sola dimensione di malattia, rubando alla chirurgia il corpo attraverso il quale poter condividere una tradizione di matrice comune.
Raffaele Ferrario