Terzo romanzo della serie di Bacci Pagano, l’investigatore privato, il ratto dei “carruggi”, i celebri vicoli di una Genova sempre uguale ma sempre diversa. La storia è di quelle semplici, che Bruno Morchio dipinge con la sua penna di mille colori, accarezzando con sfumature taglienti i tratti dell’identità di un uomo in cui è piacevolmente troppo facile intuire, o sperare, il riferimento al modo di essere, e di pensare, dell’autore.
Un uomo alla tenace ricerca di se stesso, disposto a scontrarsi con l’abbandono, con la solitudine, che solo in apparenza gli causano un’inguaribile malinconia e un malessere profondamente ligure, in cui il protagonista ritrova continuamente la propria umanità, fatta di rapporti autentici con persone che la sua professione lo porta a conoscere solo in superficie, ma di cui coglie in fretta l’essenza più profonda, muovendosi fra esse come un pittore sulla sua tela.
Bacci Pagano si muove sullo sfondo di una Genova estiva, deserta, afosa, in cui impera la “maccaia”, la cappa umida che avvolge i suoi abitanti, che la vivono come prigionieri taciturni ma felici, stretti fra mare e monti, costretti al rapporto sempre sorprendente con i tanti diversi, gli immigrati, che ne popolano il cuore.
È l’agosto del 2001, lo stupro del G8 si è appena consumato, il nuovo governo del “famoso miliardario” si è appena insediato ed il detective, con l’aiuto dell’amico commissario, meridionale e di sinistra, indaga sulla misteriosa morte di una donna fragile e sola, uccisa dalla fredda mano di un misterioso killer di professione, ritrovata dal fratello nella vasca da bagno della casa rossa alla fine della “creuza”, il “sentiero suburbano”. Sullo sfondo della narrazione, la storia intensa e coinvolgente del rapporto del protagonista con le donne della sua vita, l’ex-moglie che ha lasciato, la figlia che non glielo ha perdonato, l’amante di sempre che se ne va, una vecchia fiamma che ritorna, bella e morbida. Ben più che un avvincente giallo, questo romanzo è un fiume di malinconia e di speranza. Quella vera, che nasce dalla disperazione più cupa, proprio come il fiore di De André.
Per chi già conosce Genova, questo romanzo è la trasformazione in parole di quella miscela calda e liquida di sensazioni, odori, immagini che la città sa regalare con parsimonia tutta ligure, costringendo ad una ricerca continua e mai infruttuosa. Per chi ancora non conosca la magia di questo luogo, sarà impossibile non innamorarsi a prima vista.
Francesco Troccoli