Pakistan. Iqbal è un bambino costretto a lavorare perché il padre è sempre ubriaco; la madre deve badare a Sobya, la sorellina minore di Iqbal, e deve occuparsi del matrimonio di Patras, fratello maggiore del protagonista. Per estinguere un debito di dodici dollari contratto dai genitori proprio per permettere al fratello di sposarsi, il piccolo Iqbal è csostretto a lavorare presso un fabbricante di tappeti crudele, che lo tiene incatenato al telaio. Il cibo e l’acqua che gli vengono dati sono appena sufficienti a non lasciarlo morire. Iqbal spesso si chiede perché la mamma abbia acconsentito a farlo lavorare in un posto simile e perché non possa giocare allegro e spensierato come tutti i suoi amici al villaggio. All’età di otto anni, dopo quattro anni di prigionia, Iqbal riesce a scappare da quell’inferno e a raggiungere una stazione di polizia dove poter raccontare ogni cosa, ma il pensiero che gli altri bambini fossero rimasti lì a lavorare non lo abbandona neanche per un attimo. Sembrò tutto così facile, ma il ritorno in fabbrica scortato dai militari corrotti non andò come aveva sperato: il padrone lo riprende a lavorare con sé, non senza prima avergli dato una bella lezione a suon di calci e pugni. Qualche tempo dopo gli si presenta una nuova occasione di fuga. Non poteva andare a casa dalla sua famiglia perché la madre non avrebbe esitato a riconsegnarlo nelle mani del padrone. Decide di stare per strada, cercando un riparo nei vicoli e qualcosa da mangiare tra la spazzatura. Un giorno prende parte a un comizio di piazza in cui si parla di cambiare le sorti del paese e di mettere al bando il lavoro minorile nelle fabbriche. Diventa così amico di Ehisan Khan, leader del gruppo di liberazione, che lo porta con sé a Lahore per farlo studiare. Insieme riescono a liberare centinaia e centinaia di bambini e il piccolo eroe verrà invitato sino in Svezia, per raccontare la sua storia e raccogliere fondi per l’associazione, e in America, per ritirare un premio. Ma presto diventerà bersaglio di minacce e calunnie da parte dei più potenti. Verrà messo a tacere con un colpo di fucile quando si recherà a Muridke, nel villaggio natio, per celebrare la Pasqua insieme alla famiglia e ai suoi vecchi amici.
Duecento pagine che si leggono tutte d’un fiato. Una storia triste e commovente al tempo stesso. Una storia che fa riflettere sulle condizioni di alcuni bambini nel mondo, costretti a subire maltrattamenti, violenze; bambini a cui viene rubata l’infanzia, l’innocenza, da adulti malvagi e senza scupoli, mossi solo da interessi economici; bambini che non conoscono il significato della parola felicità perché costretti a vivere come animali in gabbia. È una storia che serve a risvegliare le coscienze e che aiuta a sperare affinché nel mondo venga abolita la schiavitù infantile.
Anna Cascone