Quanto beneficio si può trarre da una malattia? Quanto può migliorarci la vita un evento negativo? Domande del genere sembrano paradossali sin dalla formulazione. Eppure c’è un senso nel dolore, c’è una speranza e una crescita nella sofferenza. Di questo parla il bel libro autobiografico dell’attore Michael J. Fox intitolato “Lucky man”, pubblicato dalla Tea di Milano e tradotto in italiano da Nicoletta Russo Del Santo.
L’attore di origini canadesi, noto per aver vestito i panni di Alex Keaton nella sit-com Casa Keaton (anni ’80) e per essere stato il protagonista della trilogia di Ritorno al futuro di Robert Zemeckis (solo per citare i suoi ruolo più famosi, ma potremmo citare anche Vittime di guerra di De Palma e Sospesi nel tempo di Peter Jackson) racconta la sua battaglia contro il morbo di Parkinson, che lo colpì alla fine del 1990, a soli 29 anni. Ciò che si ammira è lo stile morbido, colloquiale, spesso ironico di Fox, capace di scherzare della propria malattia. Ma oltre lo stile c’è una sostanza, una passione nel raccontarsi, nel mettersi a nudo (cosa che deve essergli costata non poca fatica e non poche titubanze) che avvince. Il libro si legge come un romanzo, il romanzo della vita di un uomo che, all’apice del successo, ricco, bello e famoso, si ritrova a fare i conti col destino.
L’accettazione del male è lenta (“d’altro canto – dice Fox – è una cosa che pensavo colpisse solo i vecchi”), pur se le diagnosi infauste dei medici si ripetono con spietata puntualità.
L’alternarsi di momenti comici, riflessivi, il racconto dell’infanzia, i rapporti col padre, coi fratelli, con la moglie e i quattro figli, sono capitoli autentici, sinceri e perfettamente integrati alla rievocazione di una carriera fulminea e breve, interrotta per sempre nel 1998.
Alla fine si capisce quanto Fox sia grato, in un certo senso, alla malattia. Lo afferma senza tentennamenti:“Quei 10 anni trascorsi cercando di venire a patti col Parkinson si sarebbero rivelati i migliori della mia vita. Ecco perché mi considero un uomo fortunato”.
Convivendo col male ha imparato ad apprezzare di più la vita, le persone, creando una gradualità di valori che non contemplasse più al primo posto il successo e la carriera.
Fox d’altro canto non ci risparmia nulla di sé: gli anni di dipendenza dall’alcool sono descritti con crudezza.
Poi, lentamente, la trasformazione, la condivisione del dolore con altri malati. Fino alla creazione della Michael J. Fox Foundation for Parkinson’s Research, capace di raccogliere in dieci anni ingenti fondi per la ricerca sul morbo.
Oggi Michael è un quasi cinquantenne che forse è felice. Ci piace pensare che sia così, e a volte rivederlo in quei film della nostra adolescenza che ci hanno divertito e commosso.
Francesco Franceschini